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Italia, non si cerchi il capro espiatorio: le colpe sono di tutti

Si cercherà un capro espiatorio, ma le colpe vanno equamente distribuite

Nella vittoria la gara ad accaparrarsi i meriti, nella sconfitta cercare un capro espiatorio che si prenda ogni colpa. E’ costume italico.

Questa volta non può, non deve essere così. Troppo grande la delusione e l’imbarazzo di fare da spettatori ad una manifestazione in cui eravamo presenti ininterrottamente da sessant’anni, molte volte da protagonisti.

Per una volta bisogna fare fronte comune. Bisognerebbe evitare le solite cacce alle streghe e i lunghi processi che avrebbero il solo effetto di dare l’osso in pasto alla folla inferocita per calmarla, mentre chi comanda guarderebbe lo spettacolo con il ghigno sornione di chi sa che la farà franca ancora una volta.

Stavolta no, non può, non deve. Perchè se è vero che il commissario tecnico ha le sue colpe, altrettanto vero è che ne ha di ben maggiori chi gli ha permesso di sedere su quella panchina.

Personaggi che, tra gaffe al limite del razzismo e altre cadute di stile, hanno contribuito a far sprofondare il calcio italiano in un baratro da cui sarà difficile risalire.

Quando si parlava di questo scenario che oggi è l’amara realtà, si sono sprecate le definizioni. Apocalisse, catastrofe, sciagura, tragedia. Posto che queste espressioni vanno usate per ben altri drammi che affliggono il nostro mondo, esse hanno un comune denominatore: ognuna di queste voci è frutto del caso, del destino.

E invece no, quella di ieri sera è una disfatta. E le disfatte hanno delle colpe, sono figlie di errori: non ammetterlo sarebbe soltanto un ulteriore abbaglio, foriero di nuove sconfitte.

A proposito di abbagli, il più grande è stato preso al termine degli ultimi campionati europei. La Nazionale guidata da Antonio Conte uscì tra gli applausi generali per aver saputo tenere testa fino all’ultimo ai campioni del mondo tedeschi.

Eravamo arrivati fino a lì con l’umiltà, con il gruppo, con la grinta trasmessa da un commissario tecnico che ne aveva e ne ha da vendere. Fino a quegli undici metri in cui la semplicità aveva lasciato posto, non si sa perchè, alla presunzione.

Si doveva ripartire dall’umiltà, si è ricominciato dalla presunzione. Presunzione di tutti, nessuno escluso.

Della parte tecnica che, pur non potendo vantare un curriculum a cinque stelle, si è intestardita con un modulo, il 4-2-4, sicuramente non adatto ad un’Italia che di questi tempi non può certo vantare tra le sue fila dei novelli Totti, Del Piero e Pirlo.

Per un anno ci è andata bene, anche grazie alla modestia degli avversari affrontati durante le qualificazioni che avevano mascherato i limiti di quel sistema di gioco applicato ad un gruppo con un tasso tecnico non eccelso.

Purtroppo nel girone di qualificazione era presente anche la Spagna, attualmente forse la nazionale più forte del mondo. Siamo arrivati alla partita del Bernabeu, decisiva per le sorti del girone, a pari punti.

Invece di giocarcela all’italiana, riconoscendo la superiorità dell’avversario, siamo scesi in campo con una presunzione che non ci è mai appartenuta e meno che mai doveva appartenerci quella sera.

Ne abbiamo presi quattro. E quei quattro gol sono state delle autentiche sentenze per lo spirito di questa nazionale, da allora mai più capace di rialzarsi veramente. Poi, più per spirito di sopravvivenza che per altro, siamo tornati all’antico proprio contro l’avversario meno indicato per forza fisica e modo di giocare.

Il resto è storia attuale, con l’Italia fuori dal Mondiale. Ed è giusto così.

Giusto così perchè forse una parte della stampa troppo accondiscendente verso alcuni giocatori adesso la smetterà di coniare soprannomi e redigere elzeviri al primo colpo di tacco o gol da fuori area.

Perchè adesso, ed è giusto, giustissimo, così, ogni volta che si sentirà o si leggerà di un giocatore paragonato a Totti, Del Piero o Pirlo per una semplice giocata, la gentenon ci cascherà più.

Chissà se ora qualche giovane preferirà farsi le ossa per un anno in più in una media squadra, piuttosto che andare subito a guadagnare milioni di euro che ancora non merita  pur restando in panchina, perchè davanti ha giocatori forse migliori, ma sicuramente più pronti.

Quella dei vivai è una politica fine a se stessa, frutto della demagogia imperante. Le società sono delle aziende e come tali soggette alle leggi di mercato. Perchè dovrebbero investire soldi su giocatori che, ancora adolescenti, credono di essere dei campioni già affermati?

Se non si agisce sulla mente dei piccoli calciatori, ogni discorso sarà inutile. Le infrastrutture vanno bene, ma questo deve essere accompagnato da un sussulto di orgoglio dell’intero movimento calcistico.

Per tanti anni il gioco all’italiana ha portato grandi risultati, a livello di club e nazionale. Poi, presi da un’ingiustificata vanagloria, abbiamo cercato faticosamente di adattarci al guardiolismo che tanto andava e va di moda.

E questo cosa ha portato? Alla sconfitta di un movimento che in Europa e nel mondo aveva sempre trionfato grazie all’intelligenza e all’astuzia applicata al calcio. Lo stesso Milan di Sacchi, massima espressione dell’estetica calcistica italiana, fondava le sue vittorie sulla tattica del fuorigioco, sottigliezza introdotta per limitare gli avversari.

Forse qualche giorno fa aveva ragione Giorgio Chiellini. I giovani difensori italiani si sono snaturati. Tutti sanno impostare, ma nessuno sa più marcare, sentire l’uomo.

Allora ripartiamo dai vivai, ma rifacciamolo a modo nostro. Alleniamo la tecnica, ma non snaturiamo le nostre caratteristiche. Ben vengano nuovi Totti, nuovi Del Piero, nuovi Pirlo, ma che siano degni di questa pesante eredità.

Altrimenti al primo tocco inutile, alla prima finta fine a se stessa, al primo futile fraseggio, ogni allenatore, sin dalle giovanili, fermi l’azione e dica in modo chiaro e semplice che in quel modo non solo non si vincono i Mondiali, ma non ci si arriva nemmeno. Mettiamo per un po’ da parte questa ricerca estenuante del bel gioco, non fa parte delle nostre corde.

Ieri l’Italia calcistica si è persa definitivamente. Per ritrovarla, bisogna tornare a fare gli italiani.

 

 

 

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